Meno protagonista, più guida

Accompagnare significa credere nelle possibilità del bambino

Meno protagonista, più guida
Accompagnare significa credere nelle possibilità del bambino

C’è una domanda che mi accompagna ogni volta che lavoro con i bambini: quando la nostra presenza smette di essere un sostegno e diventa un peso troppo grande per le loro piccole spalle?

Non è una domanda semplice. Chi si prende cura di un bambino — genitore, insegnante, educatore — lo fa con tutto il cuore. Con un desiderio profondo di aiutare, di proteggere, di far andare bene le cose. Ed è proprio dentro questo desiderio così sincero che, a volte, si nasconde il rischio di occupare lo spazio che appartiene a lui: quello spazio prezioso in cui cresce, sperimenta, diventa.

Anticipiamo la sua risposta. Correggiamo prima ancora che si accorga dell’errore. Risolviamo prima che abbia la possibilità di provarci.

Lo facciamo con amore. Ma lo facciamo.

Leggendo Maria Montessori e le neuroscienze di Regni e Fogassi ho trovato conferma a qualcosa che sentivo già nel mio lavoro quotidiano: il bambino impara attraverso l’esperienza diretta. Non attraverso le nostre spiegazioni — ma attraverso il suo tentativo, il suo errore, la sua ripresa. Quando interveniamo troppo presto, interrompiamo esattamente questo meraviglioso processo.

Montessori lo esprimeva in modo bellissimo: aiutami a fare da solo.

Non “fallo tu al posto mio”. Non “lasciami solo”. Aiutami a fare da solo.

È una delle indicazioni più preziose e, allo stesso tempo, più difficili da mettere in pratica che conosca. Perché richiede di fermarsi, di aspettare, di resistere con dolcezza all’impulso di intervenire. Richiede di fidarsi — davvero fidarsi — che lui ce la possa fare.

Anche quando ci mette il doppio del tempo. Anche quando trova una strada diversa da quella che avremmo scelto noi.

Hai mai vissuto quel momento in cui ti sei fermato, hai lasciato fare — e hai visto qualcosa accendersi negli occhi di tuo figlio?

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